Specchio Riflesso

Avevo 13 anni quando pronunciai la mia prima parolaccia, era rivolta contro mia madre. Mi tremava la voce, credevo di stare commettendo un reato. Ancora ci penso, ma mi chiedo se ho vissuto nel medio evo, perché oggi il linguaggio volgare e violento, che sul web ha la sua massima espressione, è entrato con prepotenza nel verbo quotidiano. Cosa mi sono persa? Quando abbiamo iniziato a pensare che parolacce e improperi avessero la portata evocativa giusta per rappresentare meglio il nostro pensiero? Siamo oggi capaci di esprimere un concetto con la stessa forza di un insulto? Da dove partire? Durante una sperimentazione fatta a Calderara dal Consiglio Comunale dei Ragazzi, sono stati intervistati all’uscita da scuola alcuni genitori a cui veniva chiesto: “Lo sa che in questo momento è in divieto di sosta?”. Risposta: “eh ragazzo hai ragione”, ma il comportamento era quello di continuare a stare in divieto. D’altro canto pretendiamo sempre che le cose siano gli altri a farle e che i ragazzi “siano bravi”, quando il modello degli adulti spesso è deludente e banale! I social network non sono forse lo specchio di questo? Adulti che mandano a quel paese qualcuno, imprecando o maledicendo (perché loro ne sanno sempre più degli altri). Insulti espliciti di carattere razziale o di genere (mi è capitato di leggere un post di un cittadino secondo il quale le bambine rom devono essere sterilizzate o bruciate col napalm). Perché allora ci stupiamo quando leggiamo di episodi di Cyber Bullismo, di baby squillo o di ragazzi che si suicidano? I non luoghi virtuali diventano teatro di vite vissute, di discussione di argomenti che nella vita reale i ragazzi non affronterebbero mai. Nell’era della globalizzazione, che appiattisce e uniforma pensiero e linguaggio, la solitudine e il disagio individuale sono sempre più diffusi. Quando poi accadono episodi gravi le reazioni sono: chiudere un sito, istituire regole restrittive e punitive, creare “unità di crisi”. Ma i problemi rimangono, mutano natura e forma. Credo più in genere che siamo di fronte ad una società fragile, in cui esistono individui privi di personalità, in cui la “genitorialità” ed il modello culturale educativo sono in difficoltà, all’interno di un contesto economico debole che accresce il disagio. Di fronte a tutto questo diventa necessario pensare che ciascuno possa e debba avere un ruolo per costruire un clima positivo, dando al linguaggio la valenza che gli compete. A partire quindi da noi stessi e non dagli altri. Nei regolamenti di condominio spesso è scritto: “vietato giocare in giardino dalle ore alle ore”, ma se invece si scrivesse: “si può giocare dalle ore alle ore” il contenuto normativo sarebbe identico, ma ai bambini staremmo raccontando che sono un valore aggiunto. Anche sul web dovremmo avere questo atteggiamento: evitare linguaggi volgari, richiamare chi li usa, raccontare le cose sforzandosi di metterle in positivo, non dare amicizia a chi non ha il coraggio di presentarsi per chi è, ma si nasconde dietro un nickname. Da quando sono su Facebook mi sono imposta di farlo, ma tutti dovrebbero adottare un codice di comportamento, lo “Specchio riflesso”, che possa fare diventare la rete una comunità educante. Una vera e propria campagna di sensibilizzazione contro i comportamenti scorretti. Quando ero piccola e qualcuno mi diceva qualcosa di sgradevole mi difendevo con una cantilena: “specchio riflesso, specchio riflesso”. Al pensiero ancora sorrido.

Per “La Repubblica” del 17 Febbraio 2014

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Un commento

  1. rocchese ha detto:

    Grande Irene, come sempre.

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